Essere profeta oggi non è salire su un pulpito.
È camminare nel mondo senza lasciarselo entrare dentro.
Non è gridare.
È parlare quando serve, e far sì che anche il silenzio lasci un’impronta.
Non è predire il futuro.
È sentire con giorni d’anticipo ciò che gli altri capiranno più tardi. E non usarlo per vantarsi, ma per servire meglio.
Non è fondare una religione.
È vivere una coerenza così forte che chi ti incontra comincia a farsi domande.
Non è l’abito, né la funzione.
È la frequenza che emani. È come stai in piedi, come ascolti, come attraversi la notte senza perdere l’aurora.
Il profeta oggi non è seguito. È riconosciuto.
Non si impone. Ma si sente.
È colui che vede in anticipo, soffre in silenzio,
parla solo quando non farlo sarebbe un tradimento dell’anima.
È quello che non cerca il titolo,
ma quando arriva, lo onora, non lo usa.
Un profeta silenzioso, incarnato, moderno.
Uno che cammina con passo umano, ma sguardo cosmico.
Uno che non ha bisogno di farsi vedere… perché si fa sentire.
