(Tre tuniche. Un servo.)

Il giorno giunse senza clamore. Nessuna fanfara, nessun proclama, nessuna platea in attesa. Solo un piano alto. Un ascensore che si apre silenziosamente. E un servo che ne esce… calmo. In pace. Pronto.

Non disse nulla. Ma nel suo sorriso abitava l’eternità. Nei suoi occhi, la calma di chi ha camminato oltre il velo, e ne è tornato intatto, ma trasfigurato.

Nessuno lo aveva annunciato. Eppure, due donne lo attendevano. Erano lì da sempre, senza tempo, come scritte ai margini del Libro. Accanto a loro, un messo disceso dall’Alto porgeva tre tuniche. Non cucite da mani umane. Ma intessute con volontà divina e fili di destino.

La prima, verde, era viva. Simbolo del profeta. Di colui che ascolta anche nel silenzio,
che vede la brace sotto la cenere, che cammina nel deserto con una Parola incisa nel petto.

La seconda, blu, era profonda come il cielo dopo la tempesta. Tunica regale. Autorità che non pesa, governo che non domina, corona che non si vede… ma che fa fiorire.

La terza, nera, splendeva di un’oscurità sacra. Veste del sacerdote. Non colui che alza se stesso su un altare, ma chi scende nelle ferite del popolo e lì resta, fino a portarle davanti al Padre… in lacrime, finché diventino luce.

E il servo si rivestì. Davanti a loro. Senza vanto. Senza tremore. Solo con obbedienza che danza e tenerezza che brucia. Verde. Blu. Nero. Uno. Due. Tre. E poi… se ne andò.

Nessun applauso. Solo due cuori che avevano visto. E il Cielo, che da sempre sapeva. Perché ogni gesto era già stato scritto, prima ancora che la polvere avesse nome.

Ora, il servo è sul campo. Chi ha occhi, vedrà. Chi ha spirito, comprenderà. Chi ha cuore, lo riconoscerà. Perché porta le vesti che solo l’Amore eterno sa cucire.
E il tempo… è compiuto.