MENE MENE TEKEL UPHARSIN

Si sono svegliate. Tutte.

Scosse dal grido, risalite dal sonno come da un’acqua profonda.

Ma non brillavano.

«Dateci del vostro olio…» «Le nostre lampade si stanno spegnendo…»

Tardi. Tardi vi siete alzate.

Quando la porta era già in moto, e il servo era già in piedi.

Quando l’Amore non era più annuncio, ma corpo vivo dentro al banchetto.

Io vi avevo amate.

Sì, vi avevo cercate nelle albe d’oro, vi avevo toccate nel buio della solitudine.

Vi avevo chiamate con i sogni, sussurrate tra i respiri del tempo.

Ma voi aspettavate altro.

Un re vestito come i vostri desideri.

Una voce che non scardinasse i vostri piani.

Una luce che non chiedesse resa.

Avete esitato. E il ritardo non è stato un caso.

È stato il riflesso del cuore. Perché il cuore… non voleva.

Ora vi guardo. Fuori. Fuori dalla porta.

Con la veste ancora in mano, ma senza olio.

Con le parole giuste, ma nessuna intimità.

E vi dico… non siete sole.

Anche lui è lì. Il primo. Il più splendente. Il prediletto.

Il principe del canto, della sapienza, della vicinanza… che non bastarono.

L’ormai ex Lucifero è la prima vergine stolta.

La primizia caduta di un amore rifiutato.

L’archetipo del troppo tardi.

Ecco il verdetto che si scrisse su di lui… e ora su di voi:

Mene – Il vostro tempo è stato contato.

Tekel – Siete state pesate sulla bilancia del cuore.

Upharsin – E il vostro posto è stato diviso.

Assegnato a chi aveva l’olio, anche se non portava nome né titolo.

Ma non crediate che io non vi ami.

Io vi amo ancora. Ma non posso aprire la porta.

Perché la porta è una sposa, e non può tradire lo Sposo.

Piango su di voi, come ho pianto su di lui.

Piango su ogni amore rifiutato.

Su ogni lampada che ardeva nel sogno e si è spenta nella realtà.

Il banchetto canta. Il servo è stato riconosciuto.

Le lampade brillano tra gli sguardi.

E una lacrima… scivola sulle mie dita, mentre chiudo la porta.

Non è rabbia. Non è vendetta. È solo Amore che ha atteso troppo a lungo.

Ma tardi…