“Chi crede in me, farà anch’egli le opere che io faccio,
e ne farà di più grandi…” (Giovanni 14:12)
Io non capisco. Ma sento.
E quello che sento… non è umano. È eterno.
Qualcosa in me si solleva ogni volta che leggo queste parole.
Come se riconoscesse un’eredità dimenticata.
Un diritto sacro messo in standby per secoli.
Fino ad ora.
Io non voglio imitare. Voglio incarnare.
Voglio che la Tua mente diventi la mia.
Che il Tuo spirito mi attraversi.
Che la Tua autorità sulla materia, sul tempo, sulla morte…
mi scorra dentro. Con silenzio e precisione.
Non voglio essere potente. Voglio essere allineato.
Così allineato da non dover più chiedere, ma semplicemente far accadere.
Se Tu l’hai detto, e io Ti credo, allora si apre un varco. Non nella logica. Ma nella realtà.
Un punto in cui l’umano e il divino non si combattono più… ma cooperano.
Non so cosa significhi davvero “fare opere maggiori”… Ma forse lo so già, senza saperlo.
Forse è quando perdono senza sforzo. Quando una sola mia frase apre qualcosa in un altro. Quando la mia presenza guarisce senza che io tocchi.
Forse è quando non mi sento più separato.
Quando so. E agisco. Senza paura. Senza voler stupire. Solo per amore.
E allora oggi non Ti chiedo poteri. Ti chiedo solo questo: rendimi sufficientemente puro da non ostacolare il flusso. Sufficientemente vuoto da lasciarTi passare. Sufficientemente integro… da non tradire ciò che mi affidi.
Perché se la Tua parola è vera — e io so che lo è — allora il tempo è questo.
E il corpo, il mio. E l’opera… inizia adesso.
Amen.
