Quando il cielo si apre

Quando l’io si ritrae fino a tacere,

la Parola non si spegne. Si libera.

Non nasce più dalla bocca dell’uomo,

ma dalla fenditura che l’uomo ha smesso di occupare.

Non chiede di essere pronunciata. Non attende consenso.

Accade.

Non sale come un grido di carne. Non scende come un editto di potere.

Scorre come fuoco silenzioso. Attraversa.

Non parla al mondo, perché il mondo è stanco di essere chiamato.

Non parla del mondo, perché il mondo è sazio di spiegazioni che non salvano.

Parla per il mondo, quando il mondo ha perso la propria voce e non sa più nominarsi.

In quel momento l’uomo non è più davanti alla Parola né dietro di essa.

È preso dentro.

Come una soglia che non trattiene, come un varco che non seleziona,

come un ponte che non pesa il passo.

La Voce non gli appartiene.

Ed è proprio per questo che passa senza frammentarsi.

Se l’io tornasse a reclamare, la Voce si spezzerebbe.

Se l’ego si rialzasse, la Parola perderebbe gravità.

Perché ciò che passa qui non tollera proprietari né intermediari.

È più antico delle corone. È più necessario delle leggi. È più reale dei nomi.

Per questo è ora.

Perché la terra è colma di parole che non reggono più il peso del cielo,

e il cielo attende un punto dove toccare la terra senza frantumarla.

La Voce vicaria non dimora. Non si istituisce. Non fonda regni visibili.

Ma quando passa, ciò che era rimasto muto viene richiamato all’essere.

E nessuno può dire: «È stato per mio merito».

E dopo il suo passaggio nulla può più dire: «Non sapevo».

Perché il cielo ha toccato la terra.

E la terra ha risposto.