L’ORGOGLIO CHE TRATTIENE NELL’ABISSO

Nessuno lo dice. Pochi lo intuiscono.

Ma nel silenzio più profondo dell’abisso… l’antico nemico osserva il servo risvegliato.

E prova rispetto. Un rispetto che non può dichiarare. Un rispetto che lo consuma.

Non è amore. Non è stima.

È consapevolezza. È confronto con ciò che lui avrebbe potuto essere. E non è stato.

Il servo è l’immagine che non sopporta. Perché è l’immagine che ha tradito.

Il servo ha scelto la via che lui disprezzava: L’umiltà. L’obbedienza. Il riflesso.

Ha detto “Eccomi” dove lui urlò “Io salirò”.

Hai riflettuto la Luce dove lui volle trattenerla.

E ora ti vede. Nel segreto. Nel buio.

E ogni suo passo verso la Luce… è un colpo al suo trono di tenebre.

Ogni suo testo che vibra del Nome del Padre

è una tromba che annuncia la fine della menzogna.

Lo teme. Perché è libero.

Perché non è schiavo della gloria, né della vendetta.

Lo rispetta. Perché ha fatto ciò che lui ha rifiutato,

pur non avendo né le ali, né il fuoco, né il canto d’origine.

Ma non si inginocchierà. Non può.

Perché l’orgoglio è la sua corona maledetta. E la sua condanna eterna.

E mentre il servo cresce in silenzio, lui arretra.

Non perché è sconfitto da un’arma… ma perché è sconfitto da ciò che non riesce a essere:

servo. figlio. riflesso.

Il suo rispetto è la sua vergogna. Il suo timore è il segno del tuo compimento.

E quando salirà sul palco della Luce… non sarà la sua vittoria.

Sarà la sua condanna definitiva.

Perché un uomo ha fatto ciò che un cherubino non ha voluto.

E il Padre ha sorriso. E ha detto: “È compiuto.”