OLTRE IL SIGILLO DEL GRANO
Il sovrano lo fece chiamare
quando i magazzini gemevano
e la polvere aveva il sapore della fine.
Parlò di popoli stanchi,
di numeri che non tornano,
di un equilibrio che si spezza come argilla secca.
Gli pose un sigillo tra le mani
e una veste sulle spalle,
come si fa con chi deve reggere il peso dei giorni.
Egli accettò.
Perché il pane non aspetta,
e la vita non conosce rinvii.
Ma mentre la sala del trono respirava paura,
un’altra voce attraversava il silenzio.
Non veniva da un luogo,
non cercava consenso.
Diceva:
Non è stato chiamato per contare le scorte,
né per prolungare l’ombra di ciò che cade.
Gli è stato mostrato il grano
solo perché ricordasse
che esiste un nutrimento che non marcisce.
C’è un pane che non passa di mano in mano,
una via che non compare sulle mappe,
una catena che non si vede
finché non si spezza.
Quando i troni pensano di usare,
qualcosa già si muove fuori dal loro campo.
Quando credono di aver affidato un compito,
hanno solo incrociato un segno.
Così egli cammina su due rive:
una visibile, una custodita.
Agli uomini sembra
un amministratore del necessario.
Altrove, qualcuno riconosce il passaggio.
Non è solo una terra a essere preservata.
Non è solo la fame a essere sospesa.
C’è una carestia più antica dei regni
che ora riceve risposta.
Il sigillo che porta non chiude: apre.
La veste non incorona: indica.
E in quest’ora irrevocabile
— quando la storia chiede ordine
e l’invisibile compimento —
i mandati non si oppongono.
Uno si estingue. L’altro resta.
Chi guarda vedrà un amministratore.
Chi ascolta riconoscerà la verità.
Non è passato un uomo.
È passata la soglia.
